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FARE SESSO NON E’ REATO. IL REVENGE PORN TRA LIBERTA’ SESSUALE E TUTELA PENALE

Nonostante i progressi in materia di diritti, siamo lontani nei fatti dallo sradicare gli stereotipi e i pregiudizi sessuali sulle donne.
Nonostante i progressi in materia di diritti, siamo lontani nei fatti dallo sradicare gli stereotipi e i pregiudizi sessuali sulle donne.

In Italia il sistema legislativo mira a proteggere e difendere una persona vittima di reati sessuali, tutelando la libertà sessuale; ossia la libertà di compiere consapevolmente, e senza costrizioni, le proprie scelte sessuali.

Nei fatti però parte della comunità vive ancora in modo altamente giudicante la libertà sessuale; soprattutto quando si tratta di donne, arrivando a criticare il comportamento della vittima. 

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Pensiamo all’episodio della maestra vittima di revenge porn. 

“Che vergogna”,

“Non è una vittima”,

“Non potevo credere che una maestra facesse certe cose”,

sono alcuni dei commenti raccolti sulla vicenda che vede protagonista una donna, che oltre ad essere stata vittima di revenge porn, è stata vittima anche della reazione della comunità e costretta a dimettersi dalla scuola ove lavorava come maestra.

La sfera sessuale è un ambito importante e fondamentale tutelato a livello Costituzionale tra i diritti inviolabili della persona.

Ma abbiamo davvero accolto la libertà sessuale socialmente, individualmente?

E’ soltanto nel 1996 che i reati sessuali, prima annoverati tra i delitti contro la moralità pubblica e il buon costume, vengono inseriti nel Titolo XII del Codice Penale “Delitti contro la persona”.

Dunque il bene giuridico che viene protetto con questi reati non è più la moralità pubblica, ma la Persona.

La vittima della violenza sessuale non ha disonori da nascondere perché la violenza non lede il suo onore, né quello della sua famiglia, ma offende la Persona nella sua integrità psicofisica.

Questo punto appare chiarissimo nel revenge porn, reato introdotto all’ art 612 ter del codice penale nel 2019; che consiste nella diffusione (nella maggior parte dei casi per mano di ex partner sentimentali) di immagini, video o contenuti sessualmente espliciti, senza il consenso o l’autorizzazione dell’interessato.

In questi casi abbiamo un consenso della vittima alla produzione di materiale fotografico o video, ma non alla sua diffusione. 

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La casistica individua vittime per lo più di sesso femminile ed è proprio tale ragione a fare del revenge porn un fenomeno di violenza di genere, essendo le donne discriminate proprio nella manifestazione della propria sessualità.

E’ chiaro che questo reato mira a sminuire, umiliare, giudicare la donna, proprio per la percezione limitata della sua libertà sessuale; la diffusione del video di un uomo probabilmente non solleverebbe lo stesso scalpore o scandalo.

Nonostante gli evidenti progressi in materia di diritti, siamo lontani nei fatti dallo sradicare gli stereotipi e il pregiudizio sessuale sulle donne.

Come detto sopra il revenge porn è un reato penale, e non un mero illecito civile.

Ciò significa che viene leso non soltanto un bene giuridico attinente alla sfera individuale di un soggetto privato, ma un ambito meritevole di protezione da parte dello Stato; perché lo Stato riconosce che è stato violato anche un bene/valore della collettività.

Emerge però in questo caso un paradosso: lo Stato rappresenta noi cittadini, e la comunità dovrebbe essere in sintonia con il dettato normativo.

Invece vi è un contrasto tra lo sforzo normativo e giudiziario di reprimere le violazioni della sfera sessuale e la reale capacità di parte della comunità civile di sviluppare regole di rispetto reciproco nella cornice di uno spirito civico condiviso.

Prospera l’incapacità di accogliere e di vivere pacificamente la libertà individuale, anche di espressione sessuale, come elemento di ricchezza e di valore.

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E’ importante quindi considerare che le leggi ci vengono a sostegno non soltanto per punire il reato principale di revenge porn; ma anche per condannare quei comportamenti che, anche se indirettamente, creano un clima sociale di giudizio e persecuzione che portano alla “colpevolizzazione della vittima”.

In questo caso la direttrice della scuola che ha costretto la maestra dimettersi è sotto processo.

Una sua condanna sarà esemplare per sradicare questi atteggiamenti ingiustamente giudicanti della vittima.

Ma oltre al piano legale, il prossimo passo da fare per contrastare reati come il revenge porn non può prescindere da una profonda rieducazione sul piano civico e sociale; che riesca a concretizzare il diritto alla sessualità per le donne e il rispetto della propria dignità e dell’intimità della vita privata. 

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