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Sul cambiamento: La felicità non è un “diritto”

Una riflessione sul cambiamento e sulla felicità. Tra la necessità di cambiare e la ricerca ossessiva della felicità.
Una riflessione sul cambiamento e sulla felicità. Tra la necessità di cambiare e la ricerca ossessiva della felicità.

Il cambiamento è un miracolo

Le parole sono pietre.

Pesano, dunque, e il loro peso specifico è direttamente proporzionale all’uso che di esse si fa, nel quotidiano.

Le parole sopportano il gravame dell’usura: usi milioni di volte una parola, la scaraventi in ogni conversazione, reti di esseri umani la strappano di qua e di là, ed ecco che ti ritrovi di fronte ad un feticcio linguistico.

Perfino l’economia è soggetta a questa feroce disciplina: Jean-Paul Fitoussi ha parlato di una “neolingua dell’economia”.

Orwell è il più efficace e raffinato in questa disamina di lemmi e sintassi. La prosa e il linguaggio sono fattori politici, così l’autore di “1984” apre uno scenario di critica culturale ad oggi insuperato. 

La parola-mantra “cambiamento”.

Essa ci perseguita dal cosiddetto “Secolo dei Lumi”, aggiugendo corollari lessicali quali “progresso”, “crescita”, “evoluzione” e, dulcis in fundo (o in cauda venenum, dipende dall’angolo visuale), l’immancabile “rivoluzione”. Una filiera di gabbie linguistiche e mentali dalle quali è difficile uscire. 

Cos’è il “cambiamento”?

Secondo la Treccani: “Atto ed effetto del diventare diverso”.

Segue una non banale analisi dell’usura linguistica di cui è vittima la parola: “più la si sente in giro, meno diventa credibile”

Chi non vuole il “cambiamento”?

Un paria della società post-moderna, si dirà. Eppure, aspetta un momento: “cambiare” cosa?

E perché?

Per realizzare cosa?

Ecco la malìa della parola “giusta”, intoccabile: nessuno la tocca e, quindi, nessuno la accoglie, in realtà, fino in fondo.

Alla fine, tutti se ne servono, la “strisciano” sull’epidermide della realtà, come si striscia la carta di credito, senza sapere quanto abbiamo ancora in cassa, ma nessuno ha contezza del valore della posta in gioco.

Neutralizzazione della potenza dirompente di ogni “cambiamento”, allora?

Se non posso più usare “cambiamento”, mi rifarò con “felicità”

Comincio a pensare che la pista sia già tracciata: felicità per tutti.

Cetto La Qualunque vs Aristotele?

Populismo linguistico?

Esponenti autorevoli delle istituzioni e dell’economia, sotto l’egida della Fondazione Guido Carli, si sono inventati una nuova solennità laica e riformatrice: il “diritto alla felicità”

Un totem innalzato dagli ideologi americani della democrazia occidentale più celebrata e oggi più in crisi nel mondo: gli Stati Uniti d’America.

Piccolo dettaglio: i Padri Fondatori o, per chi ama la rigorosa categorizzazione anglosassone, “Founding Fathers”, tutta gente seria, che conosceva il vecchio Aristotele, sapeva bene che la questione non è il non meglio definito “diritto” alla felicità, ma il “perseguimento” della felicità.

Infatti, il testo della Dichiarazione di Indipendenza, recita:

“Noi riteniamo per se stesse evidenti (self-evident) queste verità: che tutti gli uomini sono creati eguali; che essi sono dal Creatore dotati di certi inalienabili diritti, che tra questi diritti sono la Vita, la Libertà, e il perseguimento della Felicità (the pursuit of Happiness) (…)”.

La felicità, dunque, non è, in primo luogo, un “diritto”, ma è una tensione da perseguire sistematicamente e rigorosamente, attraverso la pratica delle virtù.

La felicità è la piena realizzazione di tutte le facoltà umane, dalle più alte alle più basse.

Questo è l’Aristotele dell’ Ethica Nichomachea. Il cuore della verità qui è nettamente definito: uomo, tu devi perseguire la felicità, e questo è il tuo diritto inalienabile, auto-evidente, un diritto naturale.

Tommaso d’Aquino, fine lettore e interprete di Aristotele, avrebbe precisato: l’io si realizza in pienezza solo in actu exercito. Ossia, in azione; nel lessico dei Padri Fondatori: nel “perseguire” la felicità.

Risulta cioè chiaro che non si può inserire in nessuna Costituzione, nemmeno nella nostra, una tensione naturale e inalienabile come questa, ergo: il diritto alla felicità semplicemente non si dà, è un’invenzione retorica per “umanizzare” ciò che, invece, può e deve essere affrontato in altro modo.

Il modo corretto è riprendere l’art. 3 della Costituzione e rendere l’art. 1 un dinamismo reale ed efficace.

Dall’art. 3 all’art. 1 della Costituzione Italiana 

Lo dico a tutti, e i miei studenti ormai mi anticipano, in classe: la Costituzione “più bella del mondo” meriterebbe una seria lettura. Insomma, declamiamo meno e leggiamo – possibilmente afferrando l’essenziale – di più.

Art. 3 della Costituzione:

Tutti i cittadini hanno pari dignità sociale e sono eguali davanti alla legge, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali.

È compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Sul fondamento di questo articolo, si entra nel cuore della realtà socioeconomica e personalistica: la politica rimuove gli ostacoli, alla persona spetta di “perseguire” la sua felicità. Interpretazione in chiave etico-personalistica, ma Aristotele e Tommaso avrebbero approvato.

E i Padri Fondatori stanno già annuendo: ci vogliono le condizioni oggettive per diventare felici.

Per realizzare pienamente tutte le facoltà umane.

La politica serve anche a questo. Altrimenti, il “diritto naturale” della “felicità” è pura “pappa del cuore” (Hegel).

E la “pappa del cuore” non fornisce il cemento della “pappa”, quella che fa muovere le gambe, il corpo e il cervello, mangiando almeno tre volte al giorno, possibilmente con un lavoro e un tetto sulla testa.

E, con ciò, siamo giunti al leggendario art. 1 della Costituzione:

L’Italia è una Repubblica democratica, fondata sul lavoro. 

Ci vuole il lavoro, ragazzi. Lavoro vero, di qualità, significativo, non il calcestruzzo residuale del sotto-mercato locale. 

Voi ce l’avete, parlo di Letta, Cucinelli & C., le cose mi sembrano che vi funzionino piuttosto bene, e mi fa piacere assai.

Ma c’è anche tutto il resto del mondo, a cominciare dal ceto medio massacrato da un paio di decenni prima del Covid e oggi allo stremo, imprenditori proletarizzati, metà Paese che soffre e l’altra metà che si attacca allo stipendio come i malati di Covid all’ossigeno.

A questo mondo del “diritto alla felicità” nella Costituzione, credetemi, gliene frega il giusto, come si dice dalle mie parti. Tradotto per tutti gli altri: gliene frega zero.

Inserire il “diritto alla felicità” nella Costituzione non solo non cambia niente (vedi sopra sul “cambiamento”), ma oltrepassa il limite della decenza e del grottesco.

Sembra la nuova saga dei radical-chic stavolta “centristi”, ma l’esito è sempre quello: fa ridere.

Una ricerca, per chiudere

Ho annoiato fin troppo i miei venticinque lettori (ammesso di averne tanti), quindi chiudo con una ricerca.

Esiste una soglia economica accertata per essere felici: un reddito di 75.000 dollari, in euro appena sotto € 63.000.

Ora, facciamo due conti. La RAL (retribuzione annuale lorda) media in Italia è di € 29.352. Quindi, prima di pensare ad introdurre un “diritto alla felicità”, non sarebbe il caso di favorire le condizioni affinché un numero maggiore di italiani raggiungano la soglia oggettiva che permette di tirare un po’ il fiato? 

Aristotele, nel IV sec. a.C., c’era arrivato: per essere felice, devi fare filosofia, e per farla, devi prima vivere decentemente. Primum vivere, deinde philosophari.

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