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Quella libertà chiamata responsabilità

L'ultimo DPCM ci porta a riflettere sulla nostra responsabilità. Se non ci fosse una legge che te lo imponesse, cosa faresti?
L'ultimo DPCM ci porta a riflettere sulla nostra responsabilità. Se non ci fosse una legge che te lo imponesse, cosa faresti?

Con l’uscita di questo ultimo DPCM, all’ansia nel cercare di capire cosa effettivamente si può fare o non si può fare, alla paura del contagio, si è aggiunta anche la rabbia. Una forte rabbia unita a frustrazione che vede le piazze, svuotate per le restrizioni covid, riempirsi di manifestanti.

C’è chi grida contro l’imposizione della chiusura della propria attività, chi protesta per la restrizione dei propri diritti. Il periodo storico è davvero particolare e non è facile destreggiarsi in questa confusione.

La funzione dei vari DPCM è quella di determinare misure di contenimento per prevenire i contagi.
Certo, si può discutere sulle scelte adottate. Le contraddizioni sono molte e sicuramente alcune scelte davvero poco felici.

Di fatto inoltre, prescrivendo dei contenimenti e delle restrizioni anche importanti, si vanno a limitare tante nostre libertà fondamentali, in modo non propriamente legittimo.

Ma ciò porta anche a riflettere sulla propria responsabilità.

Cosa sta succedendo oggi.

C’è una situazione sanitaria in emergenza, per varie concause, quali ampia diffusione del virus, carenza ospedaliera, carenza di cure ufficialmente adottate.

C’è molta disinformazione e non passano bene le notizie.

Ma veniamo al punto.

C’è una criticità nazionale che coinvolge tutti.

Penso che, nel pieno delle nostre facoltà, possiamo scegliere di rispondere responsabilmente a questa situazione.

responsabilità

Possono chiudere i ristoranti alle 18.00, ma se noi ci ammassiamo lo stesso non vale niente. Se noi ci incontriamo allo stesso modo alle 15.00, la misura restrittiva è totalmente inutile rispetto al risultato auspicato, che richiede la nostra collaborazione.

Ciò vale soprattutto per le occasioni di incontro in larga scala, nelle piazze o fuori dai locali, la cosidetta movida, o gli eventi in massa, le manifestazioni, dove diventa inutile sostenere di star prendendo precauzioni mettendo una mascherina che si alza e abbassa continuamente e con una distanza che non è possibile garantire.

Bisogna accendere la testa e pensare responsabilmente.

Se non ci fosse una legge che te lo imponesse, cosa faresti?

Probabilmente, nel dubbio, adotteresti molte delle misure che oggi il decreto ti impone.

Questo perché, in mancanza di una legge esteriore, si attiva generalmente un meccanismo di autodeterminazione, che porta a risultati molto simili a quelli che verrebbero prescritti, proprio perché la regola condivisa ha nel suo interno un modello di adeguatezza come risposta massiva al caso concreto.

Quale è il comportamento più responsabile, per me e per gli altri, in grado di valutare e considerare la maggior parte degli aspetti e di risolverli in modo compiuto e propositivo, che posso realizzare?

E’ la domanda da porsi in questa situazione.

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Questo vuol dire iniziare ad introiettare la legge, la norma dentro di sé. A non vederci solo come individui costretti e guidati da leggi che non ci rappresentano.

Spesso le leggi, anche quelle restrittive sono dei passi di socializzazione importanti. Pensiamo a norme penali che vietano l’omicidio o il furto. Sono leggi di responsabilità e legano la libertà di essere a questo doppio filo del limite.

Oggi, in questa situazione particolare, mi chiedo: dobbiamo gridare all’incostituzionalità e andare contro chi?

Ciò non vuol dire accettare la situazione passivamente, ma anzi intuire la profonda differenza tra rispondere coscientemente e ribellarsi senza aver ben focalizzato l’obiettivo.

Occorre compiere individualmente lo sforzo di non reagire ma cogliere, con grande senso di realtà, le possibilità alternative, anche di contestazione, ove non ci stia bene una scelta istituzionale.

Altrimenti si urla al vento, rischiando oltretutto di inasprire una situazione già evidentemente squilibrata.

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