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Elogio di un Principe consorte

Il Principe Filippo, consorte della Regina Elisabetta II, è morto a casa sua dopo aver seguito la sua vocazione fino in fondo.
Il Principe Filippo, consorte della Regina Elisabetta II, è morto a casa sua dopo aver seguito la sua vocazione fino in fondo.

In morte del Principe Filippo

Principe consorte, Filippo, duca di Edimburgo, nato principe Filippo di Grecia e Danimarca (Corfù, 10 giugno 1921-Windsor, 9 aprile 2021).

Quasi cento anni.

Morto a casa sua, grande dono di questi tempi. Morto dopo aver seguito la sua vocazione fino in fondo.

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Vocazione! Che grande e misteriosa parola!

Chiamati ad un compito più grande di noi stessi, riusciamo ad essere di più del nostro passo originario.

La vocazione è la foggia della vita, l’abito che diventa habitus, il promontorio che dilata lo sguardo, nel quotidiano assillato dai ritmi sempre uguali, monotonamente segnati dal solito respiro. Ma questa è la vita: deliziosamente noiosa e divinamente innalzata ad altro da sé.

Ecco, il Principe Filippo, consorte della Regina Elisabetta II, titanica figura della dinastia Windsor, donna che merita il “God save the Queen”, e Dio apprezza alquanto, infatti, lei, è più viva e vitale che mai.

Il dolore per la morte del marito, il consorte, è ciò che segna il pathos della vocazione:

“Filippo è stato, molto semplicemente, la mia forza e il mio sostegno”.

Chi è il principe con-sorte

Perché questo è il compito di un con-sorte: condividere la sorte, il destino, dell’amata, che la vita ha reso regina di un regno che non cessa di rimanere attaccato alla sua lunga, drammatica e gloriosa storia.

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Un con-sorte è un uomo così, chiamato ad un compito più grande dei suoi istinti, pur espressi con talento di gaffeur; più grande dei suoi desideri, pur stabili nel cuore; più grande dei suoi pensieri, pur segnati da secoli di tradizione principesca.

Chi rimane fermo sul posto, muovendosi continuamente, per stare sempre di più al suo posto, è destinato a diventare grande. Al di là dei meriti, delle qualità e della simpatia che ispira agli altri: la sua vita ha una forma, un disegno e una foggia preziosa, come un abito principesco.

Vale per i principi, i cardinali, una volta chiamati principi della Chiesa, per i mariti, le mogli, i professori, le madri, i padri: non si lascia la strada, mai.

Per nessuna ragione, per nessun tornaconto, per nessuna rabbia trattenuta e poi selvaggiamente esplosa.

O il destino o il niente, anzi meno di niente

La modernità ha perso la strada, perché qualcuno, a un certo punto, ha preteso di sostituire il destino con l’ombelico personale, e tutto si è sfasciato. La grottesca vicenda di Henry e Meghan è l’Altro lacaniano che si oppone alla Roccia dei Windsor.

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Per essere, occorre appartenere a qualcosa di più grande che ci custodisce e si prende cura di noi. Altrimenti, è il niente.

Anzi, meno di niente.

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