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Riflessioni sulla donna nelle aule del Tribunale

Perché oggi c’è ancora bisogno di parlare del ruolo della donna nelle professioni ? Ci sono ancora limitazioni, ma la strada è aperta.
Perché oggi c’è ancora bisogno di parlare del ruolo della donna nelle professioni ? Ci sono ancora limitazioni, ma la strada è aperta.

La donna nel mondo forense.

Otto marzo, festa della donna, ore 15.

Devo partecipare ad un webinar con questo titolo.

Vorrò scrivere un articolo riferendomi e commentando ciò che si dirà all’incontro.

Ricevo un messaggio dall’assistenza webinar.

C’è un problema, i server zoom sono “saturi”, non si riesce ad accedere.

Che peccato, oggi volevo sentire opinioni diverse dalle mie.

Confrontarmi con altre colleghe su come vivono la professione di avvocato.

O avvocata.

O avvocatessa.

Sapere come effettivamente sia la situazione.

Ma soprattutto…  comprendere perché c’è ancora bisogno di parlare del ruolo delle donne nelle professioni.

Nell’avvocatura oggi la presenza di noi donne è al pari degli uomini, vengono riconosciuti i meriti, ricopriamo incarichi importanti.

Otto marzo. Non ho seguito il webinar di tre ore, oggi. 

Ho riletto la storia di Lidia Poet, prima avvocatessa in Italia.

Quanta intelligenza, determinazione in questa donna!

Spazzata via nel 1883: la sua iscrizione all’Ordine degli Avvocati è stata annullata dalla Corte di Appello di Torino. 

Lidia Poet, donna, non poteva essere avvocato.

Perchè naturalmente non adatta: per la naturale riservatezza del sesso, l’indole emotiva, la fisica cagionevolezza ed in generale la deficienza nella donna di adeguate forze intellettuali e morali, quali la fermezza, la severità, la costanza.

Perché era inopportunoper una donna stare “nello strepitio dei pubblici giudizi”, magari discutendo di argomenti imbarazzanti per “fanciulle oneste”.

Per il rischio che i giudici avrebbero potuto favorire una “avvocatessa leggiadra”. 

Finisco di leggere questa sentenza e tiro un sospiro di sollievo.

Oggi posso accedere alla professione senza problemi legati al sesso.

Evviva le donne e gli uomini, miei predecessori che hanno tolto di mezzo queste limitazioni.

La legge unitaria sull’avvocatura del ’74 in verità non prevedeva un requisito fondato sul genere o una esplicita esclusione delle donne.

Ma per la Corte all’epoca anche le considerazioni di carattere lessicale lasciavano propendere per l’esclusione: la legge non parlava mai di avvocato “al femminile”, non esistendo nel testo normativo la parola “avvocate”, o “avvocata”.

Il silenzio della legge fu interpretato come una esclusione implicita, ritenuta scontata in un contesto politico e professionale con al centro l’universo maschile.

Oggi seppur con altra intensità, l’argomento lessicale è ancora di grande attualità, non per un limite effettivo ma per il retaggio culturale che porterebbe in sé.

Molte donne reclamano la libertà ed il pieno riconoscimento della pari dignità sessuale partendo proprio dalla declinazione al femminile della qualifica professionale.

Il percorso della donna nella legge

In Italia le donne sono state espressamente ammesse per legge alla professione forense nel 1919, alla magistratura solo nel 1963. 

Inizialmente e culturalmente la donna e le rivendicazioni femministe si sono focalizzate su un problema di appartenenza sessuale, e di riconoscimento dei propri diritti in quanto persona.

Anni di riconoscimenti, per giungere ad una condizione paritaria con il soggetto di sesso maschile, anche in ambito professionale.

E per debellare gli straschichi di una cultura basata sul patriarcato.

Oggi il discorso può essere allargato ed affinato: guardare alla donna ma anche alle qualità femminili presenti in ogni individuo.

Per la donna intesa come sesso femminile, il retaggio culturale si sta scardinando. Ci sono ancora limitazioni, contrasti anche forti, ma la strada è aperta.

E’ invece da esplorare quello che attiene al mondo femminile in maniera più ampia.
Considerare non solo un discrimine uomo/donna, ma guardare più ampiamente al maschile e femminile. 

In questo discorso entra in gioco l’appartenenza identitaria sessuale, ma anche un ulteriore senso del femminile.

La cultura cd. patriarcale, votata alla produttività e alla prestazione, alla cultura del coraggio, azione, forza velocità, non ha accolto la tenerezza, la lentezza, la cura, l’introspezione. Le qualità quindi considerate femminili, come ci insegnano le discipline orientali, poi anche le discipline olistiche. 

Riguardo a ciò, avrei molto da dire.

Ad esempio, su come qualità come l’empatia, l’ascolto, la riflessività non siano viste solitamente come buone qualità per una persona, specialmente donna, che si accinge a svolgere la professione di Avvocato. 

donna avvocato

L’immaginario collettivo sulla Donna avvocato

Avvocato che nell’immaginario collettivo, frutto della società portatrice di valori prettamente maschili deve essere spietato, furbo, scaltro.

E senza cuore. 

Queste considerazioni, oltre ad avere una base sessista, si basano su una retorica che non tiene conto della possibile presenza, nella medesima persona, di qualità femminili come squisitamente maschili. 

E provengono dall’altra parte della scrivania. I miei colleghi sanno quanta tenacia, studio, ma anche quanto ascolto, comprensione sia richiesto dal cliente al proprio avvocato di fiducia.

L’avvocato deve essere prima di tutto un cuore: un altruista, uno che sappia comprendere gli altri uomini e farli vivere in sé, assumere i loro dolori e sentire come sue le loro ambasce.” è una frase di noto luminare del diritto, molto cara a noi avvocati “incompresi” nella nostra necessaria umanità.

Otto marzo. Ore 18.

Il webinar sarà ormai terminato. Mi desto dalle mie divagazioni.

Non saprò cosa dicono le statistiche sulle avvocatesse, ma si è riaccesa in me la consapevolezza che il vero cambiamento è un costante avanzamento, frutto di scelte e azioni quotidiane, intrise dei valori e delle qualità di cui ci facciamo portatori.

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