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Maschera al comando: dalla tragedia greca a Draghi

Maschera al comando: dalla tragedia greca a Draghi, passando per Hobbes, con “chicca” sul socialismo liberale.
Maschera al comando: dalla tragedia greca a Draghi, passando per Hobbes, con “chicca” sul socialismo liberale.

Sgangherata premessa iniziale

Maschera e mascherina.

“Ops…la mascherina…”, dimenticata anche stavolta.

Fare le scale a due a due, velocemente, per afferrare la mascherina, che sia FFP2, naturalmente, indossarla, con rapida e rapìta mossa, infine guadagnare l’uscita, ecco tutto questo è necessario, oggi.

La mascherina è più che uno strumento di protezione, uno schermo, rappresentando, in realtà, una soggettività, una forma da imprimere alla realtà: chi si maschera può anche s-mascherare l’altro.

L’aveva già capito Marx e poi applicato al “modo di produzione capitalistico”: non esistono processi trasparenti, nel comando capitalistico, tutto è mascherato, maschera sociale, che filtra nuclei di rapporti di forza operanti.

Il mondo umano e sociale non ha niente di trasparente.

La “maschera” è la forma della rappresentazione sociale della realtà, altro che invenzione per coprire e proteggere.

Il “distanziamento” è, allora, “sociale”, perché niente è trasparente, nel cosiddetto “sociale”, e quindi, anche se ti incontri con l’altro, immaginando scenari di autenticità edenica, stai bluffando e perché mai la sociologia del potere sanitario non dovrebbe registralo? Eccoci serviti: il “distanziamento sociale”.

Sgangherata conseguenza politico-istituzionale

Non basta. Pensiamo anche al caos italiano postmoderno nel quale viviamo, ci muoviamo e respiriamo (sovente con esiti nefasti per i polmoni): la Maschera è al comando.

Maschera necessaria, è bene precisarlo.

Mica mi crogiolo, adolescente da crescere, nel mito dell’ “autenticità”, io, anzi, al contrario, afferro al volo l’occasione per dire che, sin dalle origini, siamo nell’Eden, la Maschera era già in azione.

Adamo ed Eva, ad un tempo puri e maschere, cercano di fregare anche Dio, che, tra parentesi, non solo è Padre, ma è anche discreto osservatore dei passi altrui (le due cose coincidono? direi di sì…): avevano tutto, poi arriva il diavolo e li introduce nel mondo dell’equivoco, nel quale loro sguazzano un bel po’ e ci stanno dentro piuttosto bene: cogli la prima mela, insomma, ben prima del tormentone di Branduardi.

La storia è sempre quella, funziona così, fra bipedi implumi: “maschera” rimanda, secondo antico etimo, a “mascara”, “mascariare”, perfino “manducare”, mangiare.

Ogni volta che indossi la mascherina hai dentro i capillari questa congerie antica di segni, dettagli e fuochi semantici: il potere è tutto qua.

Ti mascheri per far festa, per rappresentare la tragedia greca, per truccarti col mascara, per mangiare la verità dell’altro, tenendo serrata la propria (quante volte non giochi ad immaginare come sia il volto dell’altro? Un classico, ormai, e non finirà né domani, né dopodomani, credimi…).

Allora, che c’entra il livello politico-istituzionale, in tutto questo?

C’entra, c’entra, eccome se c’entra.

Prendiamo un nome a caso, Mario Draghi.

La sua vita è tanto grande quanto la dilatazione della sua maschera permette. E non è cosa di piccolo momento, si badi.

Chi è Draghi? La sua funzione, e qui domina il motto di Balthasar, teologo sublime, secondo il quale la persona è definita dalla sua “missione”, amen. Quindi, tu non sei un io, ma sei cosa fai-rappresenti.

E, dunque, la maschera al comando.

Ma Draghi vive a Città della Pieve, che conosco quasi come le mie tasche, avendo vissuto per sei anni da quelle parti. E da quelle parti, tra plebe e banche, è tutta una maschera provinciale, tanto che l’ex presidente della Bce ci sta come una cozza nel guscio.

Il suo quotidiano “normale”, banale, feriale maschera la Maschera al comando e rende l’uomo perfino più intrigante, allievo di un Baltasar Gracian, ciambellano gesuita di corte nel Barocco dei potenti (quelli veri).

Ecco perché mi piace.

Non c’è assonanza interiore o emotivismo all’assalto, la figura di Maschera non si presta a ciò, ma c’è la percezione che l’uomo in questione sappia perfettamente che il mondo gira così e, di conseguenza, anche chi ieri stava dall’altra parte oggi lo avvicina come un padre della Patria (da salvare).

Chi esibisce dialettiche contrapposte – europeismo-antieuropeismo – non ha capito una mazza della maschera e della civiltà umana che si esibisce in pubblico.

I vecchi frati, monaci e preti di una volta, questa roba la sapevano e la insegnavano: aggiusta la cravatta, ascolta prima di parlare, studia la parte, mostrati disponibile verso gli altri.

Per costruire civiltà degne di nota, occorre mascherare per rivelare quel che è noto (e proprio perché tale, Hegel docet, non conosciuto): la società non è trasparente e chi ha voluta farla trasparire senza traspirare ha costruito cattedrali totalitarie.

E poi c’è Thomas Hobbes…

Thomas Hobbes l’aveva scritto nel Leviatano (1651), cap. XVI: la categoria di “persona” e la rappresentanza. Si rappresenta ciò che è maschera, teatro simbolico, sociale e politico (e la politica è sempre teatro e dia-logica in scena). Ancora una volta, la Maschera al comando.

Niente è trasparente: da Marx a Hobbes e ritorno.

Tutto torna.

Ecco perché, per conoscere bene una realtà, occorre ripercorrere il tragitto dalle origini. Il film è dominato dal flash-back.

Il caso di studio è il gettonatissimo Mario Draghi. Lui è Maschera e lo sa; gli altri pretendono di afferrare e controllare solo i dettagli esterni e perdono l’essenza. Il presidente della Bce che adora il Mercato, che si genuflette davanti all’icona dell’UE, etc.

In realtà, solo chi sa di essere Maschera al comando è davvero originale ed intrigante, gli altri recitano sempre lo stesso copione.

Del resto, chi non è interessato alla genesi del potere – leggi: Maschera al comando – non può capire un’acca di politica, come anche un saggista letterario come Elias Canetti sapeva.

Draghi rivelò, nel 2015, ad un giornale tedesco, di essere un “socialista liberale”: niente di collocabile “in raggruppamenti estremi”.

Il socialismo liberale, da Rosselli in avanti, ha costruito una sorta di metodo socratico dell’indagine politica, con una speciale maieutica e raffinato senso dello smascheramento degli idoli edificati da farisei ideologici in servizio effettivo permanente.

Craxi era di questa schiatta e infatti faceva girare le scatole ai farisei neoborghesi del PCI ed a quasi tutta l’armata di capitalisti molto rampanti, soprattutto con i soldi pubblici in cassa. Gente che studia per guidare, non prima di aver sfruculiato fino al sangue i benpensanti, cosacchi estremisti, finti libertari in cerca di un nuovo padrone (come legge bronzea del Sessantotto impone).

Il fascino sottile e duraturo di chi sa le cose, studia e rompe le palle a chi niente sa e pretende di mettersi in sella al mostro leviatanico.

Sgangherato finale con citazione di vecchia scuola

Il socialismo liberale, appunto.

Rinato L’Avanti!, grazie allo zelo antico di socialisti di vecchia scuola, guidati da Martelli, spulciamo qualche carta non così sgualcita.

Un botta e risposta tra un lettore del glorioso giornale socialista versione online e il direttore Claudio Martelli.

AL DIRETTORE CLAUDIO MARTELLI

“Egregio On. Direttore,
le chiedo una sua valutazione sull’affermazione di Mario Draghi,
che si è definito un socialista liberale.
E’ possibile una “sintesi” di questi due sostantivi.
Grazie. Un abbonato. Agostino Resmini”

*****************

“Gentile Resmini,
le suggerisco di leggere “Socialismo liberale” di Carlo Rosselli, lo trova anche su Internet. La conciliazione e la sintesi sono impossibili se per socialismo si intende dittatura del proletariato nazionalizzazione totale dei mezzi di produzione abolizione della proprietà privata e per liberalismo si intende l’opposto. Se parliamo del socialismo democratico europeo e del liberalismo democratico, la conciliazione segna la storia del ‘900 nei suoi aspetti migliori. Da una parte, i socialisti hanno fatto proprie le libertà politiche, hanno accettato il mercato e abbandonato l’dea di statalizzare l’economia. Dall’altro, i liberali hanno accettato l’intervento circoscritto dello Stato nell’economia e, soprattutto, lo Stato sociale – Welfare State in inglese, ovvero stato del benessere diffuso – il carattere progressivo delle imposte (più guadagni, più paghi) le tasse di successione, la sanità, la scuola pubblica e un sistema previdenziale che garantisca la protezione degli anziani. In conclusione, a seconda delle circostanze e del contesto delle varie nazioni, si può spingere su riforme liberali o su riforme sociali, in una varietà di esperienze riconducibili al binomio socialismo liberale e/o liberal socialismo.

Cordialmente, Claudio Martelli”

Per Benedetto Croce, il “socialismo liberale” era un “ircocervo”, contraddizione in termini, detto in volgare.

Ma don Benedetto, che era grande nel suo indefesso “trombonismo”, si serviva da altre botteghe delle maschere. Anch’egli sapendo che, in fondo, di mascariare il potere si trattava.

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