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Italia: dalla stagione del “vaffa” al “meglio sudditi che morti”

Giuseppe De Rita, presidente del Censis, si cimenta, con ragguardevoli risultati, nell’analisi della società in Italia.
Giuseppe De Rita, presidente del Censis, si cimenta, con ragguardevoli risultati, nell’analisi della società in Italia.

Un vecchio saggio della Repubblica ci aiuta ancora a capire la realtà

Giuseppe De Rita, presidente del Censis, ha raggiunto le ottantotto primavere e, da sessanta, si cimenta, con ragguardevoli risultati, nell’analisi della società in Italia.

Cosa è successo, in questo Paese, negli ultimi decenni, diciamo dal 1989 ad oggi?

Primo: è scomparsa la politica come soggetto collettivo della trasformazione della società. Non si tratta della “rappresentazione” della società, ma della trasformazione.

Riccardo Lombardi, leader storico del partito socialista, parlava di “riforme di struttura”, il lessico riformista craxiano preferiva tratteggiare la cifra dell’endiadi “meriti e bisogni”, il cattolicesimo sociale tematizzava il nesso tra la società e i ceti produttivi, in uno spazio di sussidiarietà: in ogni caso, la politica esisteva per cambiare le cose.

italia

Quando c’era la politica, Aldo Moro si confrontava con Giulio Andreotti, pensando ad una politica in grado di guidare la società, mentre il Divo Giulio era convinto che la politica, per ottenere consensi, dovesse somigliare alla società.

Osserva De Rita, in una recente intervista a Libero (25 gennaio):

“Questa frase rappresenta quanto è successo negli ultimi anni in Italia: la politica cerca di essere uguale alla società. Se la società è becera, il politico è becero. Se la società esprime dei bisogni, si risponde ai bisogni. La società chiede cassa integrazione, bonus monopattino e bonus vacanze? La politica darà loro queste cose. È così che si crea il consenso”.

Ed è anche così, aggiungo io, che si massacra la società.

In principio era il “vaffa”?

No, il “vaffa” non è il principio, ma l’esito di un lungo percorso nichilistico in cui il “carattere distruttivo” (Walter Benjamin) ha dominato in lungo e in largo la nostra società.

Lasciamo da parte, per ora, l’individualismo che, come De Rita spiega, c’è sempre stato nel corpo delle italiche genti e si è sempre intrecciato con la comunità, spesso originando effetti creativi di notevole spessore.

Il movimento tellurico viene da lontano.

Dopo il crollo del Muro di Berlino, nel leggendario 1989, l’Italia, con il suo capitalismo territoriale e familiare, il suo sistema socioeconomico e civico di eccellente lignaggio e la sua qualità di vita che riusciva a sopportare, con risultati illuminanti, un ceto politico non più all’apice dei suoi momenti eroici post-bellici, ma ancora di impressionante solidità e capacità, faceva gola a molti poteri internazionali.

Anche perché il nostro ruolo nel Mediterraneo, con quel tanto di buon “neoatlantismo”, inaugurato da Fanfani e dalla migliore Dc, con un Enrico Mattei in libera circolazione (creativa) nel mondo, e ben foraggiato anche da quel gran pezzo di politico di razza che era Bettino Craxi (qualcuno ricorda ancora Sigonella?), era di grande peso, con pesi e contrappesi allineati nei ruoli chiave, con un Gheddafi a sorvegliare le coste per noi.

italia

Insomma, l’Italia, se non felix in toto (e “felix” significa “prospera”), però alquanto su di giri, ben piazzata, col suo quarto posto tra le grandi Nazioni del mondo.

In mezzo alla tempesta internazionale post-guerra fredda, emerse un combinato disposto – che rimane sullo sfondo dell’analisi di De Rita, ma che va richiamato, altrimenti il De Rita di oggi non si capisce – di poteri, un’alleanza tra magistratura e poteri finanziari ad alto volume di incidenza politica, che mise a ferro e fuoco quel mondo, sostituendolo con i futuri “padroni del vapore”, i cantori postmoderni della “governance”, del “management” anche nel pubblico, della finanza come unico assetto della società.

La triade lavoro-società-politica andò a farsi benedire e i risultati sono, nel medio-lungo periodo (l’inchiesta delle toghe milanesi si chiude nella prima metà degli anni ’90), quelli che vediamo oggi: la società ridotta in briciole, la politica in mano al “vaffa” e al “post-vaffa” di chiara matrice neo-manageriale-direttoriale e l’economia come variabile dipendente da assetti di potere esterni alla democrazia.

L’Italia catacombale di oggi

Andiamo sul personale, nel piccolo mondo antico della provincia.

Attendo nell’anticamera dello studio del mio medico curante e, con me, c’è anche un signore poco più che quarantenne. A un certo punto, l’uomo, sospirando, soffia fuori un giudizio di grande realismo:

“Povera la nostra Italia, la stanno riducendo in briciole, non c’è rimasto quasi più niente”.

Ecco, in queste parole c’è lo scenario del nichilismo italico: non c’è più niente, siamo ridotti al “meglio sudditi che morti”. Tradotto: siamo già morti e ci dicono di sopravvivere cessando di vivere.

Eppure, De Rita dice bene anche stavolta: c’è complicità tra società e politica.

Leggiamo:

“La società chiede cassa integrazione, bonus monopattino e bonus vacanze? La politica darà loro queste cose. È così che si crea il consenso. Ma questa è anche la tragedia del modo in cui viene gestita l’emergenza: tale rapporto vicendevole, quasi di complicità, tra società e politica esclude una visione di lungo periodo”.

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Il nichilismo violento era già nelle monetine lanciate dalle folle inferocite a Craxi, all’uscita dall’ Hotel Raphael; era nell’assalto al ceto politico, senza distinguere e magari salvandone una parte, quella che oggi, sopravvissuta malamente a se stessa, si allea con il “vaffa” e i suoi king-makers, senza più alcuna visione; era nel moralismo becero e senza cultura, già disprezzato da uomini come Croce, che preferiva la competenza all’ottusa sarabanda plebea…

Questa è una crisi storica, non epidemiologica o socioeconomica.

In un sistema-paese per due terzi scassato, il Covid 19 è arrivato come il colpo di grazia. Ma il male era già dentro il corpo sociale, politico ed istituzionale.

Prima di passare al prossimo “andrà tutto bene”, stampella per i prossimi faraoni del nulla, ripassiamo, almeno per sommi capi, il “prima”, forse il “dopo” avrà qualche chances in più di non somigliare troppo all’oggi.

Letture imprescindibili:

  • Virgilio Ilari, Guerra civile, Ideazione Editrice, Roma, 2001
  • Giovanni Fasanella-Giovanni Pellegrino, La guerra civile. Da Salò a Berlusconi, Rizzoli, Milano, 2005

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