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SANPA, una riflessione intelligente

La docuserie di Netflix "Sanpa" ha il potere di farti riflettere, perché guardandola ti porta necessariamente a farti delle domande e a confrontarti con le tue idee.
La docuserie di Netflix "Sanpa" ha il potere di farti riflettere, perché guardandola ti porta necessariamente a farti delle domande e a confrontarti con le tue idee.

La docuserie di Netflix “Sanpa” ha il potere di farti riflettere, perché guardandola ti porta necessariamente a farti delle domande e a confrontarti con le tue idee.

Sono dell’87 quindi ero troppo piccolo per ricordare il periodo di massima espansione e cronaca di San Patrignano.

Questa docuserie ha il potere di raccontare la storia di Sanpa, nel modo più neutro possibile, per far conoscere ai ragazzi di oggi una delle pagine più divisive della nostra storia.

Oltre a guardare la docuserie vi consiglio di guardare la piccola presentazione fatta dagli autori che spiegano il perché hanno deciso di girare questa serie.

Mi ha veramente colpito, perché ti costringe a guardarti dentro.

Cercherò quindi di fare una riflessione intelligente sui temi affrontati ed emersi dalla docuserie.

Una storia Italiana

Che piaccia o meno la storia di Sanpa è la storia del dramma dell’eroina in Italia negli anni 80 – 90.

E che piaccia o meno Vincenzo Muccioli è stato una delle figure più controverse e potenti di quegli anni.

La prima cosa su cui fa riflettere il documentario è legata alla nascita della comunità di San Patrignano.

Muccioli e la sua comunità nascono per rispondere ad un dramma, quello della tossicodipendenza, in un momento dove lo stato è assente.

E come spesso succede in Italia, quando una personalità forte riesce a proporre una soluzione a temi importanti, soprattutto quando lo stato è assente, si crea un’aurea di mito da non mettere in discussione.

La discussione che nasce è legata alla legittimità di determinate metodologie di controllo davanti al dramma della tossicodipendenza; e come spesso accade nel bel paese esistono solo due fazioni, o contro o a favore.

Probabilmente perché stare nel mezzo viene visto come indifferenza.

Il problema è che questa faziosità non permette una reale analisi e questo ha portato nel tempo ad un irrigidimento delle posizioni delle varie “tifoserie”.

Anche perché poter mettere in discussione dei metodi non significa mettere in discussione il lavoro di aiuto nel suo totale, ma dentro logiche di schieramento questo non può avvenire.

Credo veramente che la violenza non sia mai giustificata, nemmeno per salvare una vita.

Sicuramente una persona tossicodipendente in crisi di astinenza, in determinati momenti, va contenuta e forse anche isolata.

Ma tra metterla in catene in stanza fredde e sporche e chiuderla in stanze accoglienti crea la differenza tra sopravvivere ed vivere.

sanpa

Sanpa è un documentario fatto davvero bene

Prima di tutto faccio un applauso concettuale agli autori perché secondo me sono riusciti a costruire un documentario veramente ben fatto.

Non esiste una voce narrante ma la storia è raccontata da interviste e da materiale dell’epoca.

Questo permette una narrazione molto neutra dove viene raccontata la storia attraverso i fatti senza un’eccessiva intrusione di opinioni personali.

Le interviste che si intrecciano e che accompagnano lo sviluppo della storia permettono di entrare dentro i vari punti di vista e questo ti costringe a doverti necessariamente fare un’opinione.

Quello che più mi ha colpito è la narrazione delle persone che riescono a raccontare le esperienze di San Patrignano scindendo le varie esperienze e opinioni.

Questo ha permesso di costruire un prodotto mai accusatorio ma sicuramente capace di mettere in discussione non la totalità dell’esperienza ma determinati comportamenti o strutture.

Sanpa: o bianco o nero

La cosa più interessante di Sanpa è la sua capacità di farti riflettere, perché ti mette in difficoltà e ti spinge a farti una domanda:

Quanto la violenza è legittimata da un nobile obiettivo?

Personalmente mai!

Però ho cercato di mettermi nei panni di genitori, educatori e appartenenti alla comunità nei primi anni ’80 e posso comprendere determinate posizioni.

Il problema, come detto, risiede specialmente nella faziosità dei sostenitori o detrattori della comunità di San Patrignano.

Essere faziosi significa accettare tutto o criticare tutto e questa incapacità di analizzare singolarmente gli eventi porta ad un immobilismo concettuale.

Davanti a situazioni così complesse, come la lotta alla tossicodipendenza, trovare punti di condivisione e mutuo supporto dovrebbe essere la via principale di azione.

Perché, come la storia ha dimostrato, le visioni uniche, per quanto abbiano aspetti sicuramente positivi, possono essere danneggiate da comportamenti critici che se ignorati o nascosti diventano ombre che inquinano tutto.

Muccioli: autorità contro comunità

L’altro aspetto molto importante con cui ci si deve confrontare è la figura di Vincenzo Muccioli, il fondatore della comunità.

Io non sono un fautore degli “uomini forti al potere” perché la storia ci ha insegnato come uomini singoli diventano “dittatori”.

Cioè diventano personalità così influenti da non poter essere messe in discussione, e questo porta ad annullare tutte le possibilità di evoluzione delle loro realtà.

Più che la storia andava avanti più la figura di Muccioli diventava uno dei veri problemi della comunità.

Personalmente non sarei stato uno dei sostenitori di Sanpa durante quegli anni, non per la funzione della comunità, ma per la figura di Muccioli, che difendeva metodi inaccettabili per un bene superiore.

Altro problema è stato sicuramente la crescita esponenziale della comunità, vista l’inesistenza dello Stato, che ha portato una figura del genere a attuare metodi autoritari molto restrittivi.

Sono consapevole che gestire migliaia di persone non sia semplice, ma aver costruito una struttura di controllo totale, ad immagine del suo fondatore, è stato uno dei fallimenti della comunità.

Comunità significa “luogo di vita comune”, dove le persone condividono molti aspetti di autogestione e di mutuo supporto.

Quando però la comunità diventa un luogo di controllo, purtroppo al suo interno nascono logiche violente.

Non voglio condizionare troppo la vostra visione di Muccioli, quindi vi chiedo di vedere il documentario e solo dopo riflettere.

sanpa

Che pensare quindi?

Alla fine rimangono tanti dubbi.

Quanto davvero siamo disposti a perdere la nostra umanità per un bene superiore?

Quanto possiamo accettare metodi violenti per salvare delle vite?

Quello che più è interessante sono alcune testimonianze che sono contemporaneamente critiche sui metodi ma a favore dell’intenzione alla loro base.

Io personalmente mi sono fatto la mia idea.

Mai un uomo può usare violenza su un altro uomo, anche per un bene superiore.

Perché alla fine dei giochi la violenza crea un circolo di sottomissione esattamente come l’eroina crea una dipendenza.

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Michele Quadernucci
Laureato in Sviluppo economico, Cooperazione internazionale e Gestione dei conflitti presso l’Università degli Studi di Firenze, ha ampliato le sue competenze con un diploma triennale di Counseling psicosomatico ad indirizzo comunicativo, olistico, integrato. Ha proseguito le sue formazioni nel campo della formazione e del benessere ottenendo l’Internazional NLP Coaching Certification di Grinder, Bostic e Frausin e diventando formatore nell’uso delle LifeSkills. Lavora per lo sviluppo dell’intelligenza emotiva nel contesto educativo e formativo, usando la gestione dello stress e delle emozioni come base per una didattica innovativa; negli anni ha sviluppato modelli di lavoro sulle emozioni e sulla didattica legati alle LifeSkills e all’intelligenza emotiva, che permettono di ottenere risultati eccellenti, ecologici e ripetibili.